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Continuano le polemiche sulla legge elettorale, e continua a circolare la leggenda metropolitana per cui la sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale il ballottaggio di lista previsto dall’Italicum, se applicata per ipotesi al contesto francese renderebbe incostituzionale anche la modalità di elezione del presidente, ovvero un doppio turno con ballottaggio. In tanti abbiamo fatto notare che l’elezione di una carica monocratica è cosa ben diversa dall’elezione di una assemblea parlamentare. Aggiungo che una differenza fondamentale è che, mentre nella seconda si realizza – in misura maggiore o minore, a seconda del carattere più o meno maggioritario o più o meno proporzionale del meccanismo di voto – la rappresentanza delle principali opzioni politiche presenti nel Paese, nella prima si sceglie un capo di Stato, con di fatto poteri di governo, che però rappresenta la nazione nel suo insieme. E così non potrebbe essere altrimenti, trattandosi, appunto, di un ruolo monocratico.

Roberto D’Alimonte, alcuni giorni fa, in un ampio e argomentato articolo sul Sole 24 Ore ha riproposto la tesi dell’incostituzionalità della legge elettorale per il presidente francese alla luce della sentenza della nostra Corte costituzionale. Pur premettendo che è ben consapevole della differenza tra l’elezione di una carica monocratica e l’elezione dei membri di una Assemblea parlamentare, D’Alimonte ha ritenuto che le argomentazioni della Corte potessero pienamente applicarsi anche al caso francese (elezione del Presidente). Tuttavia, la lettura della sentenza fa apparire discutibile questa pretesa, dal momento che le ragioni addotte dai giudici costituzionali per rigettare il ballottaggio nel caso italiano poggiano sulla natura rappresentativa della camera. Per questo non mi pare corretto sostenere che l’affermazione della Corte, per cui il secondo voto può trasformare «artificialmente una lista che vanta un consenso limitato, ed in ipotesi anche esiguo, in maggioranza assoluta» possa applicarsi anche alla figura del candidato-presidente, dal momento che questi realizza una rappresentanza del tutto diversa, ovvero la rappresentanza della nazione incarnata nella persona del Presidente. Si potrebbe sostenere che nel caso francese il presidente eletto ha raccolto al primo turno una maggioranza esigua (nel caso di queste elezioni poco meno di un quarto dei voti) e solo al secondo una maggioranza assoluta, ma dovendo scegliere chi ricoprirà un ruolo monocratico, è evidente che non è possibile immaginare altro sistema che riduca drasticamente le opzioni in modo da giungere all’individuazione di una sola persona.

Nel caso di una camera i vincoli sono meno stringenti ed è possibile immaginare passaggi meno drastici che pur sovra-rappresentando i partiti maggiori non escludano un minimo di rappresentanza plurale. A meno che non si pretenda con il voto per il parlamento di produrre in modo automatico (non, quindi, attraverso dinamiche che di fatto favoriscono l’individuazione di un capo del governo, come accade in Gran Bretagna, ad esempio) l’individuazione del capo del governo. Ma in questo modo si istituzionalizza una confusione, ovvero la sovrapposizione tra legge elettorale e forma di governo. Si istituzionalizza – sul piano formale – la concentrazione in un solo voto delle procedure per la scelta dei parlamentari e per la scelta del capo del governo. E lo si fa, ripeto, in modo automatico, a prescindere dal livello del consenso che il partito vincente detiene nel paese. In paesi come la Francia e la Gran Bretagna, la storia politica ci dice che un solo partito è riuscito ad ottenere la maggioranza dei seggi con almeno il 30% circa dei voti (in realtà in GB molto di più). Ma a ciò si aggiunga che quella maggioranza viene costruita in una pluralità di competizioni all’interno dei collegi che richiedono una intensa attività sul territorio e, nel caso francese, dove vige il doppio turno di collegio, anche processi di aggregazione o desistenza, quindi accordi tra partiti e candidati. E ciò, come la stessa sentenza della Corte ha rilevato, garantisce anche una rappresentanza territoriale: ogni micro-territorio (collegio) avrà comunque il suo rappresentante, interessato a mantenere un rapporto positivo col territorio di provenienza e a farsi quindi garante anche degli interessi di chi non lo ha votato, ma risiede in quel territorio. Cosa ben diversa è un “pacchetto di deputati” scelti in circoscrizioni più ampie e molto meno identificabili come rappresentanti di quelle circoscrizioni (dal momento che ogni circoscrizione invia al parlamento diversi eletti).

L’attuale presidente Macron per acquisire il potere di governare dovrà conquistare una maggioranza sul territorio e se non vi riuscirà, per riuscire ad esercitare il suo potere sarà costretto a fare accordi con i gruppi che si formeranno all’Assemblea nazionale. Eleggendo Macron non si è eletto anche un “pacchetto” di deputati, quelli dovranno essere conquistati nel terzo e nel quarto turno della lunga procedura elettorale francese (le legislative di giugno).

Anche l’affermazione della Corte per cui il secondo turno di ballottaggio rappresenta la prosecuzione del primo e quindi «il premio conseguentemente attribuito resta un premio di maggioranza, e non diventa un premio di governabilità», per quanto opinabile, non è applicabile al caso dell’elezione presidenziale, per il semplice motivo che il presidente eletto non gode di alcun premio da utilizzare nella sua attività, semplicemente esercita i suoi poteri di presidente e – per quanto riguarda la sua funzione di fatto governante – gode di un potere di direzione della politica di governo nella misura in cui è in grado di controllare la maggioranza.

Insomma, a mio parere il parallelo proprio non regge e, piaccia o meno la sentenza della Corte, mi pare altresì che il ragionamento della medesima sia strettamente ed esplicitamente legato al corpo legislativo e lì trovi i propri fondamenti.

Ciò detto, due ultime considerazioni. La prima è che, al di là della sentenza, sarebbe bene – per i motivi sopra richiamati – riflettere sulle ricadute che un ballottaggio per “pacchetti di candidati” può avere sulle concrete dinamiche politiche (il lavoro dei partiti sul territorio, la preoccupazione di costruirsi come forze politiche ampiamente rappresentative, e così via). La seconda, è che sarebbe anche utile evitare un dibattito politico basato sul refrain: «hai visto che avevo ragione io». Dibattito che impoverisce soltanto i contenuti del confronto e rende semplicemente più difficile la ricerca di soluzioni efficaci. E su questo dovrebbe riflettere anche il neo-segretario Matteo Renzi. Renzi, di fronte alla impareggiabile domanda di Claudio Cerasa, che gli chiede come si sente di fronte alle elezioni francesi che hanno scelto il presidente proprio con quel doppio turno che Roberto D’Alimonte avrebbe dimostrato essere incostituzionale alla luce della sentenza della Corte italiana (immagino Cerasa avrà passato le notti a studiarsi il sistema francese nella sua complessità, la sentenza della corte e passaggio per passaggio l’articolo di D’Alimonte, per parlare nientemeno  che di “dimostrazione”) ha risposto che “rosica”, perché ora Macron è presidente con il 23 per cento, mentre a lui non è bastato il 41% delle europee o quello del referendum. Una risposta che è un incredibile gioco di prestidigitazione concettuale che mette sullo stesso piano consultazioni radicalmente diverse (per non parlare del 41% del referendum che ha rappresentato la sua sonora sconfitta di fronte al 59% di no: ecco, se quello fosse stato un ballottaggio lui non sarebbe diventato presidente!). Se al segretario del Pd, poi, tanto piace il sistema presidenziale francese (con annessa elezione dei deputati con doppio turno in collegi uninominali) poteva adoperarsi per realizzare una tale, sacrosanta, riforma, invece che mettere in campo il pasticcetto che tutti conosciamo. Insomma, la politica è una cosa seria, basta con i giochi di parole e la prestidigitazione.

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One thought on “L’italicum e l’elezione del presidente francese. Le pere, le mele e Renzi prestigiatore

  1. Considerando “sacrosanta” una riforma in senso presidenziale della nostro confuso sistema di governo, consequenzialmente e supponentemente Lei definisce “un pasticcetto” il tentativo di semplificazione istituzionale partorito da questa legislatura, fatto proprio e impersonato da Renzi e bocciato dal referendum.
    Ma, ciò facendo, anche distinguendosi per l’ineccepibile raffinatezza dell’argomentazione, non fa che accodarsi ai tanti intellettuali del piffero nel circolo vizioso delle astrazioni concettuali, che in toto prescindono dalla conclamata patologia dell’esistente sistema e dai processi che lo caratterizzano.

    Così se Sartori ha satireggiato a vita sulle nostre leggi elettorali, mentre referendum e sentenze della Consulta le hanno ripetutamente sottoposte a contestazioni e bocciature, al dunque, oggi, al centro del nostro sistema di governo, troviamo un parlamento delegittimato ed irriso che non sa dove pescare i numeri e le idee per scriverne una capace di ridonargli credibilità.
    La domanda che allora si pone é se non sia l’anacronistico “bicameralismo perfetto” (o che di si voglia“paritario”), a determinare, con la sua sistemica impotenza politica e connaturata conflittualità, quel deficit di rappresentatività che le leggi elettorali non riescono a colmare, ma che, nei tanti ingranaggi, che sono necessari a costituirle, non possono evitare.
    Il suo articolo “Viva Macron e abbasso Renzi”, ben evidenziando l’incongruenza di confrontare quozienti preferenziali ottenuti in competizioni elettorali di tipo diverso, elude il tema fondamentale che qualsiasi forma di governo, pubblico o privato che sia, si trova ad affrontare, l’individuazione e la affermazione di una leadership e quindi di una figura di riferimento che in democrazia so esprime in un confronto di numeri, che rende ineccepibile l’opinione di D’Alimonte, quantunque partigiana. Sgarbi lo aveva da tempo anticipata.
    Dall’esito del referendum è emerso chiaramente un leader che è Renzi. E la bocciatura ancora una volta è toccata al Parlamento che ha scritto e votato la legge di revisione costituzionale, un Parlamento già delegittimato con una sentenza della Consulta ed ora sconfessato dal voto popolare.
    Che Renzi abbia impegnativamente, spregiudicatamente ed eccessivamente sostenuto la riforma io lo ascrivo a sua merito. Certo la bocciatura racchiude anche una cospicua carica di rancore contro di lui. Ma dagli odiatori non è emersa alcuna leadership ed il NO dei più è l’ennesima dimostrazione della degenerazione del sistema e dell’indignazione popolare che ne consegue.
    Un cordiale saluto
    Giovanni Domenella

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