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Mentre il Partito democratico si dibatte al suo interno tra l’opzione di apertura verso il M5S, sostenuta, con diversi accenti e diversi gradi di circospezione e titubanza, dal segretario-reggente Martina, dalla minoranza del partito e da personaggi come Fassino e Franceschini, e quella di netta chiusura, sostenuta sino ad oggi dall’ex segretario Matteo Renzi, vale la pena riflettere su come, contestualmente a questo conflitto, sia all’opera un confronto tra due modelli di partito, che sommariamente possiamo definire “oligarchico” e “personale”.

Nonostante l’avvio con un leader “pop” (Walter Veltroni) e consultazioni aperte per la scelta del segretario, sin dalla sua nascita il Partito democratico è stato caratterizzato da una natura oligarchica. Figlio della fusione tra due classi dirigenti in difficoltà interessate soprattutto alla propria sopravvivenza, esso è stato a lungo controllato e gestito da “oligarchi” provenienti dai Democratici di Sinistra, con la cooptazione di alcune personalità ex-Margherita. La centralità attribuita al controllo sul partito rispetto a ogni altro obiettivo, con la conseguente difficoltà di aprire a nuove figure e nuovi elettori, nonché di cogliere i mutamenti della società e rispondervi, ha srotolato un tappeto rosso di fronte al ‘conquistatore’ Matteo Renzi. Questi, una volta conquistato partito e poi governo, ha messo in moto dinamiche fortemente personalizzanti, sia dell’azione di governo, sia della gestione del partito. Paradossalmente, ma non troppo, la progressiva personalizzazione del partito si è accentuata dopo le dimissioni dal governo e quindi dal ruolo di segretario, in seguito alla rielezione avvenuta il 30 aprile 2017. Se prima di allora si poteva parlare di un Pd che aveva subito un processo di personalizzazione, successivamente si è notata una tendenza verso un vero e proprio modello di partito personale. La dura sconfitta del 4 marzo 2018 e le nuove dimissioni di Renzi, che pure ha mantenuto il controllo della maggioranza dei gruppi parlamentari e degli organi dirigenti, hanno aperto a una fase più confusa, dove personalizzazione e restaurazione oligarchica si fronteggiano.

Matteo Renzi al momento è ostile all’idea di un governo del Pd con il M5S, probabilmente perché teme che altre personalità potrebbero approfittare di una tale occasione per ottenere ruoli di governo e/o istituzionali di rilievo e da lì sfidare il suo potere nel partito. Non è un caso che il suo timore maggiore si sia concentrato sulla figura di Dario Franceschini, che ha attraversato le varie stagioni del Pd sempre con ruoli rilevanti e nella fase renziana ha mantenuto – pur sostenendo il Renzi capo di governo (dal quale ha ottenuto un ministero) e leader di partito – una sua forza autonoma e contrattuale a capo della corrente di Areadem. E immaginiamo quanto lo preoccupi la più recente apertura di Piero Fassino all’accordo con il M5S; Piero Fassino che rappresenta a sua volta quell’oligarchia di cui si è detto e che dopo la conquista renziana si è accomodato nella nuova situazione di potere. Questo non significa che Renzi non potrebbe arrivare a una nuova posizione sul tema del governo, ma solo – come ha ipotizzato, ad esempio, su FB Franco Bechis –  in un ruolo di guida che gli consentisse di non perdere il proprio controllo sul partito.

In sintesi, dunque, la priorità per Renzi appare comunque quella di non interrompere il processo di trasformazione del Pd in un partito personale o quasi-personale, nel PDR da tempo ipotizzato da Ilvo Diamanti. Dall’altro lato, figure di rilievo del partito, che a differenza di altri ‘oligarchi’ che hanno preferito alla fine abbandonare il Pd, come Bersani e D’Alema, hanno trovato un proprio modus vivendi nel nuovo corso, sembrano interessate a riorganizzare il partito secondo la sua impostazione iniziale, compreso quel carattere di ‘partito cartello’ presente sin dagli esordi, ovvero un partito che trova la propria linfa vitale soprattutto occupando ruoli di potere e traendo risorse da quei ruoli.

Naturalmente il corpo di un partito ha una natura complessa e queste che sono state indicate sono dinamiche che, pur se dominanti – a mio avviso -, non esauriscono la ricchezza delle posizioni. Come quella, ad esempio, di Carlo Calenda che, ostile da un lato all’accordo col M5S, avrebbe voluto però un ripensamento radicale del partito sin dalla sconfitta del 4 marzo e una sua riorganizzazione in profondità per rilanciarlo. Questa o altre “terze vie” paiono però minoritarie se non irrilevanti di fronte a quella che si presenta soprattutto come una lotta per il controllo del partito, per il quale però non è stata individuata alcune strada di reale rinnovamento. Il conflitto per il controllo sembra dunque assumere soprattutto la forma di uno scontro per accaparrarsi ciò che rimane di un partito che non si pensa a rilanciare, ma ad utilizzare come una scialuppa per mantenere il proprio ruolo politico. Costi quel che costi.

 

 

 

p.s . Questa mio tentativo di analisi di ciò che sta accadendo al Partito democratico deriva dallo studio che ho condotto nell’ultimo anno e mezzo sul Pd e che è scaturito nel saggio The Italian Democratic Party from Merger to Personalism, pubblicato su «South European Society and Politics», 1/2018. Chi fosse interessato al saggio e non avesse le credenziali per accedervi può scrivermi al mio indirizzo istituzionale di posta elettronica rinvenibile sul sito unibo.it; ho ancora a disposizione un certo numero di link per l’accesso gratuito all’articolo.

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