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Dagospia ha acutamente rilevato come nella sua e-news il leader del Pd abbia di fatto scaricato su Leoluca Orlando la responsabilità della scelta di Micari come candidato in Sicilia, che – pure – lui stesso afferma di ritenere il candidato migliore. Insomma, mentre elogia Micari, lascia cadere, tra una parola e l’altra, l’idea che quella candidatura derivi dalla scelta di un altro leader, fatta seguendo il modello di un’alleanza ampia. E esibisce un certo distacco, poco comprensibile per il segretario del partito che si sta giocando una importante partita in Sicilia, affermando che si augura che lo stile sobrio del candidato del centro sinistra sia apprezzato dai suoi concittadini. D’altro canto, da tempo ha cercato di scindere il risultato siciliano dalla sua leadership, definendolo un voto dalla rilevanza locale (come già aveva fatto più volte in occasione di consultazioni amministrative non promettenti per il PD).

 

II Sicilia. Le elezioni di domenica in Sicilia sono importanti soprattutto per il futuro di questa meravigliosa e difficile isola. Abbiamo investito molto in questa terra e chi governerà i prossimi cinque anni potrà gestirli al meglio. Dunque che vinca il miglior candidato e la migliore squadra. Fossi siciliano voterei quello che ritengo il miglior candidato, Fabrizio Micari, indicato al centrosinistra dal sindaco Orlando sulla base del “modello Palermo”, un’alleanza che andasse oltre il PD: rettore, grande esperienza amministrativa, primo impegno in politica, visione di una Sicilia internazionale. Micari ha fatto una scelta coraggiosa e ardita: in una campagna in cui gli altri si rinfacciano accuse di mafia, vogliono bruciare vivi (testuale) quelli che non la pensano come loro, fanno promesse roboanti senza coperture, Micari ha scelto un tono totalmente diverso. Non risse, non polemiche, ma una campagna molto sobria, “una sfida gentile” come l’ha definita fin dai manifesti. Spero che questo tono e questo stile siano apprezzati dai suoi concittadini.” (E-news 496, 3 novembre 2017)

 

Unito al sostanziale disimpegno personale del leader sul territorio siciliano, questo elemento ci dice qualcosa sul modo in cui Renzi  intende la propria leadership. C’è chi ha definito il Partito democratico un partito “personale”. Cosa che non è, poiché il PD non è nato per sostenere un leader, non nasce dietro l’impulso di un leader. Più correttamente, altri lo hanno definito un partito “personalizzato”, ovvero che ha subito un processo di personalizzazione, in seguito al quale il leader – nel caso specifico Renzi – ha assunto una centralità in diversi aspetti della vita del partito e ne ha incarnato l’immagine. Tuttavia, proprio la vicenda siciliana ci suggerisce una ulteriore riflessione. La personalizzazione della politica, così come la presidenzializzazione della politica e dei partiti (riequilibrio dei rapporti di potere a favore del leader a detrimento di istituzioni collettive, come l’esecutivo o il partito, e rappresentazione dell’offerta politica attraverso una comunicazione centrata sul leader e conseguente attenzione dell’opinione pubblica sulle ‘persone’) comporta, tra le altre cose, una relativa autonomizzazione del leader, che – ad esempio – conduce le campagne elettorali attraverso team propri o gestisce il partito attraverso uomini fedeli innanzitutto a lui prima ancora che al partito.

Il nostro caso mostra, però, una sorta di estremizzazione di questo fenomeno. Ovvero, il leader utilizza il partito essenzialmente in funzione della sua immagine; se il PD non è un partito personale, il suo leader lo utilizza come se lo fosse, incurante delle conseguenze. E se la vicenda siciliana lo mostra in modo chiaro, il fenomeno è osservabile in realtà in tutta la storia della leadership di partito renziana, che ha mostrato un limitatissimo impegno per il partito come organizzazione. Ma una tale strategia, danneggiando il partito, danneggia anche il leader, che di esso ha bisogno per costruire maggioranze, per coinvolgere simpatizzanti e militanti, per apparire qualcosa di più che un mero “personaggio” della politica. Per durare. Renzi usa il partito come un veicolo per sé stesso. Ma la politica democratica è qualcosa di più complesso di una gara tra le ambizioni dei leader. Coinvolge, a diversi livelli, decine, centinaia, migliaia, milioni di persone. E quei livelli vanno coordinati, tenuti in vita contemporaneamente. Non si può pensare che basti l’ “uno” e i “milioni”, ignorando ciò che ci sta in mezzo. Un leader di partito è responsabile del suo partito e delle scelte del partito. Se non si assume quella responsabilità e gioca allo scaricabile, se mette in scena piccole tattiche per salvare solo sé stesso, non può avere un grande futuro.

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One thought on “La Sicilia, #Renzi, la personalizzazione e la leadership solitaria

  1. “Ma la politica democratica è qualcosa di più complesso di una gara tra le ambizioni dei leader. Coinvolge, a diversi livelli, decine, centinaia, migliaia, milioni di persone. E quei livelli vanno coordinati, tenuti in vita contemporaneamente. Non si può pensare che basti l’ “uno” e i “milioni”, ignorando ciò che ci sta in mezzo. Un leader di partito è responsabile del suo partito e delle scelte del partito. Se non si assume quella responsabilità e gioca allo scaricabile, se mette in scena piccole tattiche per salvare solo sé stesso, non può avere un grande futuro”.
    Splendido finale, cara Professoressa. Grazie!

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