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In un breve libro del 2011 il sociologo Michel Maffesoli si domandava perché Nicolas Sarkozy avesse attirato su di sé tanto odio. La risposta era da ricercarsi, a suo avviso, nel fatto che l’allora presidente francese rappresentasse il segnale che un ciclo stava per chiudersi, che il distacco tra la gente comune e le élite, tra il popolo e i suoi rappresentanti,  tra il paese reale e il paese legale fosse diventato talmente ampio da favorire l’emergere di nuove leadership più capaci di connettersi con il paese reale. Per questo Sarkozy fu percepito dalle élite come altro da sé, antropologicamente estraneo, mentre altro non era che l’epifenomeno dell’incapacità di quelle élite di svolgere la loro funzione di “direzione”. Lo stesso fenomeno fu rilevato a proposito di Berlusconi, ad esempio da Alberto Abruzzese.

Nell’articolo pubblicato su Repubblica del 17 luglio, Massimo Recalcati ripropone un’analisi analoga, anche se circoscritta al rapporto tra Renzi  e parte della sinistra italiana. Anche secondo Recalcati è all’opera un odio antropologico, alimentato dalla percezione di una usurpazione ad opera di un estraneo. Una percezione, però, auto-consolatoria, in quanto quell’estraneo in realtà altro non avrebbe fatto che mostrare a quella sinistra la sua inadeguatezza.

Quest’analisi contiene un elemento condivisibile, laddove evidenzia l’ alterità tra il ceto politico alla guida del Pd sino al 2013 e la sfida renziana. Basti pensare alla retorica utilizzata da Pierluigi Bersani all’epoca delle primarie del 2012, così esplicitamente ancorata ai meriti del passato e ostile ad una visione della politica proiettata verso il nuovo, chiaramente identificata con Matteo Renzi (vale la pena, a questo proposito, riascoltare il discorso di Bettola con il quale aprì la campagna), per non parlare delle nuove forme di comunicazione, viste come meri strumenti di manipolazione. Ma da allora sono passati molti anni e sono accadute molte cose. Quell’articolo – al netto di certi eccessi psicoanalitici – avrebbe potuto essere scritto allora. Ora mostra tutti i suoi limiti. Innanzitutto perché anni alla guida del governo e del partito hanno evidenziato modalità di gestione del potere da parte di Matteo Renzi che poco hanno a che fare con la leadership e molto con il capriccio del capo e che suggeriscono che lo spettro delle motivazioni di quella sinistra che gli si è contrapposta sia divenuto nel tempo più ampio rispetto al mero rigetto iniziale.

Ma un altro problema dell’intervento di Recalcati  è anche, e soprattutto, che affronta una questione che, a mio avviso, non è centrale rispetto al tema della leadership di Matteo Renzi. Lo ha detto in un fulmineo tweet Claudio Velardi: “Recalcati sbaglia totalmente l’analisi. La sinistra è l’ultimo dei problemi per ‪@matteorenzi.” Il problema di Matteo Renzi è che non parla più al Paese, come per un momento era riuscito a fare nel 2014, attirando l’interesse di vari settori dell’opinione pubblica, anche non di sinistra, che avevano colto in lui un possibile motore di innovazione.

Oggi una significativa parte di quell’opinione pubblica semplicemente non lo sopporta più. Non è l’odio il sentimento prevalente, è l’insofferenza. L’insofferenza verso un atteggiamento insopportabilmente ottimista, mentre l’esperienza quotidiana dei cittadini non giustifica affatto tale ottimismo; verso una retorica stanca e ripetitiva, fatta di frasi e slogan ormai conosciuti a memoria da tutti; verso un’ostinata autoesaltazione di sé e dei propri ‘successi’ priva di una reale autocritica e spesso fondata sull’uso ‘furbetto’ dei dati e su prestidigitazioni narrative. E sullo sfondo realizzazioni che sono perlomeno molto, ma molto, al di sotto delle aspettative create all’inizio dell’avventura di governo, con annunci accompagnati da squilli di tromba e luminose e colorate slide. Unite a politiche dal sapore molto propagandistico (dai bonus alla legge sull’omicidio stradale), concepite frettolosamente e dall’implementazione difficoltosa.

A differenza di Sarkozy e Berlusconi, Renzi non sta oggi provocando l’odio di élite impaurite e il favore dell’ “uomo comune”. Le mediocri – per usare un eufemismo – élite politiche, mediatiche ed economiche lo hanno osannato quando è parso un cavallo utile da cavalcare e lo stanno scaricando oggi che appare sempre più un perdente. L’ “uomo comune” non si riconosce in lui non solo perché le sue capriole per tornare al governo e le sue contraddizioni lo rendono sempre meno credibile, ma anche perché non è riuscito a sviluppare un discorso pubblico in grado di cogliere le ansie e le preoccupazioni di tanta parte della popolazione che, in diversi gradi e a diversi livelli, si sente minacciata dai cambiamenti di quest’epoca. Berlusconi aveva colto le ambizioni della classe media, Sarkozy le sue preoccupazioni: entrambi, piacciano o non piacciano, si erano connessi con mutamenti reali. In Renzi vi è stata la promessa di rottamare il vecchio e creare il nuovo, ma il messaggio si è arrestato lì, nessuna intuizione delle concrete trasformazioni in atto e nessuno sforzo di ripensare la sinistra (ovvero la parte politica che ha preteso di incarnare) al di là di scimmiottamenti di un liberismo naïf accompagnati da misure da conservatorismo compassionevole. E così ciò che è rimasto, ciò che rimane, è un disco rotto che ha continuato a saltellare anche sul suo recentissimo libro Avanti.

Le élite non hanno e non hanno avuto paura di lui, le persone comuni non lo odiano, semplicemente preferiscono cambiare canale.

L’intervento di Recalcati, dunque, appare fuori tempo e soprattutto, invece che porsi come un’analisi esterna, costituisce un aspetto del problema di Renzi. Perché lo psicanalista e scrittore simpatizzante altro non ha fatto che porgere uno specchio al principe. Uno specchio per riflettersi (non a caso nella sua ultima newsletter Renzi ha consigliato “il bellissimo articolo di Massimo Recalcati”) e consolidare la propria convinzione che il  problema scaturisca dagli odiatori di professione, non dai propri limiti. Più che un articolo, quello di Recalcati è lo stagno di Narciso.

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2 thoughts on “Recalcati, Renzi e l’odio in politica

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