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Nel grande asilo infantile che è la politica italiana, dove la mediocrazia impera indisturbata e il bene pubblico è considerato un fastidioso orpello caro solo a qualche patetico illuso, il confronto pubblico procede a sfottò, gne gne gne gne, insulti e bordate, rivendicazioni e ripicche.

E così essendo, diventa difficile comprendere ciò che sta accadendo alla povera democrazia italiana, e perché.

Un leitmotiv di queste settimane è che se oggi siamo sul punto di veder approvato uno strano sistema elettorale proporzionale, è perché il 4 dicembre il No alla riforma costituzionale ha sonoramente sconfitto il Sì. Naturalmente la riforma costituzionale non includeva la legge elettorale, che già era stata approvata, ma solo per la Camera. Quella legge è stata successivamente ritenuta incostituzionale dalla Corte, soprattutto per via del ballottaggio, non tra candidati presidenti o candidati di collegio, come accade in Francia, ma tra liste di partito. Un unicum nel panorama delle democrazie, che in modo automatico, in un solo colpo, senza mettere in moto alcun processo aggregativo o negoziale (cioè politico), avrebbe garantito ad un partito che avesse vinto il ballottaggio, magari con il 20% al primo turno e una maggioranza assoluta al secondo in un contesto di altissima astensione, la maggioranza assoluta dei seggi. Certo, un modo per avere comunque una maggioranza, ma molto pericoloso, perché potenzialmente in grado di consegnare il governo del paese ad una minoranza molto esigua, con le conseguenze di conflittualità politica e sociale che si possono immaginare.

Già sento il coro: ma allora in Francia? In Francia Macron ha raccolto al primo turno solo il 24%; tuttavia, per governare il nuovo Presidente necessita di una maggioranza all’Assemblea Nazionale. Se riuscirà ad ottenerla, e contro tutte le previsioni sembra che potrebbe riuscirci (mi metto tra chi ha molto dubitato che ciò potesse accadere) sarà in virtù di riallineamenti nel campo politico, scomposizioni e ricomposizioni, e comunque ciò che dovrà realizzarsi sarà la vittoria nella maggioranza assoluta dei collegi uninominali: la maggioranza di quei micro-territori dovrà mandare all’Assemblea un rappresentante di En Marche. Se ciò non dovesse accadere, il Presidente per governare dovrebbe cercarsi una maggioranza dopo le elezioni (essendo altamente improbabile che si formi una maggioranza alternativa e dunque la coabitazione). Come ben si comprende qualcosa di molto diverso dal consegnare una maggioranza al partito che con qualunque percentuale al primo turno arriva primo e qualunque percentuale di votanti al secondo vince. Lo si era fatto notare prima dell’approvazione dell’Italicum, ma il doppio turno di lista (così simile a un lancio di dadi) sembrava una genialata. Tanto lo era, che è stato bocciato.

Ma in realtà, ancora si insiste, quella bocciatura non ci sarebbe stata se il 4 dicembre avesse vinto il Sì. A parte che, come si è dimostrato, quella bocciatura è più che sensata, il contenuto della sentenza è molto chiaro e non pone in relazione l’incostituzionalità  di alcuni dispositivi della legge elettorale con il permanere del Senato così com’è in seguito alla sconfitta del referendum.

Se avesse vinto il Sì semplicemente ci troveremmo con una riforma pasticciata da gestire (già immagino lo psicodramma nel quale ora saremmo immersi sulla modalità di scelta dei senatori e i successivi conflitti di competenza tra camere e tra Stato e Regioni, in questo secondo caso non inferiori a quelli già esistenti, anzi), ma con una legge elettorale comunque giudicata incostituzionale.

Si ripete anche che la vittoria del No ha rappresentato un no ad una soluzione maggioritaria (istituzionale e della legge elettorale). In realtà il No al referendum ha coalizzato posizioni e motivazioni molto diverse tra loro, alcune ostili, altre no, a soluzioni maggioritarie. Ma si è trattato di un No a “quella” riforma, non a qualunque riforma. E’ certamente vero che dicendo No a quella riforma non si è detto Sì ad altre riforme, ma questo è il meccanismo referendario e appare piuttosto discutibile la pretesa che volendo riformare una Costituzione si debba accettare una riforma purchessia, dal momento che non è vero che qualunque riforma è meglio di nessuna riforma, poiché una cattiva riforma introduce elementi di disfunzionalità che acquisiscono una propria inerzia e non è affatto scontato che su di essi si possa intervenire tempestivamente. Se, poi, si vuole cogliere in quel No un messaggio politico, quel messaggio – come mostrano anche diversi sondaggi – non è stato “no al maggioritario”, bensì “no a Matteo Renzi”, che tuttavia, legittimamente, ha ritenuto di non volere ascoltare tale messaggio. Perché mai, allora, si dovrebbe ascoltare un messaggio, “no al maggioritario”, che in realtà non è stato affatto inviato?

Dunque, e veniamo così alla legge ora in corso di discussione, non è affatto vero che dopo il 4 dicembre l’unica strada percorribile sarebbe divenuta quella di adottare un sistema elettorale proporzionale. Questa è una decisione che hanno preso i maggiori partiti. Una legge in grado di sovra-rappresentare le forze maggiori e magari favorire un migliore rapporto con il territorio (con ‘veri’ collegi uninominali) avrebbe potuto essere difesa dal Partito democratico con più convinzione (almeno pari a quella che lo portò ad approvare con la fiducia l’Italicum), mettendo a nudo le contraddizioni delle altre forze. Ma ciò non è avvenuto. Il Pd ha accettato un accordo tipicamente “partitocratico” (di partiti deboli e chiusi ormai nei loro fortini) con le altre forze, con le quali ha di fatto stilato una tregua:  nessuno avendo idea di chi potrebbe risultare vincitore in una competizione con un sistema più ‘imprevedibile’ come quello maggioritario, si è preferito per il momento accordarsi affinché nessuno vinca, poi si vedrà. Il tutto condito con dispositivi fatti per limitare le opzioni dell’elettore e garantire il forte controllo dei partiti sugli eletti (solo 40% di collegi uninominali, assenza di voto disgiunto). Una operazione che possiamo etichettare con l’espressione del “Cartel Party”, di Katz e Mair, utilizzata per indicare operazioni di “cartello” tra partiti per garantirsi posizioni e risorse, rinunciando ad una vera e propria competizione. Di ciò la maggiore responsabilità, tuttavia, non è del Pd – reo semmai di poco coraggio e con un leader che il rischio lo mette molto in scena, ma di fatto lo affronta entro certi limiti – ma di Berlusconi e del suo partito. Proprio Berlusconi che nel 1994 seppe sfruttare con grande abilità il nuovo sistema elettorale prevalentemente maggioritario. Poi fu responsabile del grave passo indietro con l’approvazione del Porcellum che – a riprova di quanto le cattive riforme possano essere dannose e inerziali – ha condizionato la riforma successiva, l’Italicum. Ora si erge a campione del proporzionalismo, per salvaguardare i suoi interessi e il suo partitino. Quel partito che ha legato ai suoi destini e ora fa vivacchiare senza alcuna utilità per il Paese.

In questa situazione ci troviamo oggi, a causa del pasticcio dell’Italicum (a sua volta figlio del pasticcio del Porcellum), di partiti privi di qualunque visione, guidati da leader e politici incapaci di pensare oltre l’elezione più prossima. E se il sistema è bloccato anche dalla dispersione del voto tra tre-quattro grandi forze (con due forze anti-sistema come il M5S e la Lega) è anche perché né il Pd, né il centrodestra hanno saputo dare risposte convincenti in una fase di nuove sfide e nuove crisi come quelle attuali, e non da oggi.

E proprio questo assetto multipolare ci porta ad un’ultima riflessione. Data la distribuzione di forze, anche un sistema maggioritario (come quello francese, o quello britannico) probabilmente non produrrebbe una maggioranza di governo, tuttavia metterebbe in moto processi di riorganizzazione dei partiti molto importanti che potrebbero sortire effetti almeno nel medio periodo. Effetti che non sarebbero scaturiti dall’Italicum, che ci avrebbe dato un vincitore ‘debole’ e pressoché ‘casuale’ e probabilmente avrebbe innescato gravi conflitti senza divenire un elemento di riassetto del sistema; effetti che probabilmente non scaturiranno nemmeno da un proporzionale che già possiamo ipotizzare che non sarà in grado di fornire alcuna maggioranza di governo e mettere in moto processi virtuosi nel sistema.

Qui siamo, e forse dovremo stare peggio per cominciare a stare meglio.

 

 

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