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Una delle caratteristiche dell’universo renziano più militante è l’attitudine da neofita di molti suoi componenti rispetto a diversi temi, dal liberalismo in economia alle concezioni maggioritarie della democrazia, che appunto, come accade con i neofiti, sono stati interpretati in modo al tempo stesso fanatico e semplicistico, talvolta raggiungendo il grottesco. Per molti di loro si è trattato semplicemente di obbedire ad un colossale contrordine compagni nel mondo della sinistra e si sono adeguati con piacere perché così li invitava a fare il capo che li aveva sedotti o che avevano deciso di assecondare per opportunità (o tutte e due le cose insieme).

Ma quando si sposa una visione in questo modo, l’adesione è inevitabilmente superficiale, priva di comprensione profonda, priva della comprensione delle premesse e di quanto consegue da certe posizioni. Ecco perché oggi, dopo la sonora sconfitta, imprevista nelle sorprendenti dimensioni, del Sì e quindi di Renzi e dell’universo renziano, sentiamo proporre la sciocchezza del “ripartiamo dal 40%”, ad esempio lanciata da Luca Lotti e riproposta da Andrea Romano su L’Unità. I neofiti del maggioritarismo, proprio perché per loro la democrazia maggioritaria è solo un modellino cool e ne ignorano le implicazioni, non si rendono conto che questa trovata riflette una visione proporzionalistica della democrazia, dove le consultazioni elettorali non servono a individuare un vincitore, ma a pesare i diversi “partecipanti” e i pesi rilevati diventano poi il tesoretto con quale ognuno gioca la propria partita. Nelle democrazie maggioritarie, definite anche – non a caso – competitive – si vince e si perde e si aspetta la partita successiva. Un referendum, poi, massimamente mette in campo una dinamica competitiva: sostenendo un Sì o un No si sa che si vince o si perde, non ci sono premi di consolazione.

Ed ecco invece che i seguaci di colui che ha sempre dichiarato di non volere premi di consolazione ci annunciano che hanno perso, però hanno messo da parte un tesoretto per continuare la partita. La pretesa è tra le altre cose ridicola perché sappiamo che dentro a quel 40% non ci sono solo elettori del Pd ( e molti elettori del Pd si sono diretti anche verso il No), ma soprattutto esprime una concezione della politica dove l’importante è partecipare, per esserci, e dove, soprattutto, non si molla mai.

Renzi aveva condotto per mesi la campagna referendaria spiegando con baldanza che lui era diverso dagli altri e se avesse perso avrebbe abbandonato la politica. Oggi, mostrando invece  che è molto più simile ai politici che voleva rottamare di quanto non avesse fatto credere,  ci spiega che è pronto a ripartire e i suoi cominciano ad elaborare bizzarre teorie per spiegare che con il premio di consolazione si può rimanere in gioco e rilanciare. Come appunto accade in un contesto proporzionale. Ve lo immaginate Cameron ripartire con il 48 per cento dei No alla Brexit? Cameron si è dimesso e punto.

L’amore per il potere fa spesso mutare opinione: contrordine compagni, l’importante è partecipare e, soprattutto, in qualche modo, restare.

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3 thoughts on “Lo storytelling del 40%: mutazione proporzionalistica del renzismo

  1. Ha vinto, nettamente, il No. Punto e a capo. In democrazia, vi saranno nuove e diverse partite.
    Il Pd e Renzi sapranno riflettere e imparare dai propri errori?
    Al momento, è solo una flebile speranza.

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