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Propongo qui una piccola notazione che ci dice molto, però, sulla riforma costituzionale che andremo ad approvare (o meno) tra un paio di mesi. La notazione riguarda il senato e il suo ruolo nel processo legislativo. Per trovare tra le democrazie occidentali un senato così irrilevante come quello proposto dalla riforma dobbiamo fare un salto nel tempo e tornare agli anni 1946-1958; ovvero gli anni della Quarta Repubblica francese, quella repubblica dei partiti fragile e inefficace, dominata dal parlamento e con esecutivi deboli, che naufragò sugli scogli del problema algerino. Nemmeno si chiamava “senato”, ma Consiglio della Repubblica e aveva poteri debolissimi, pressoché meramente consultivi sino alla riforma del 1954, poi un po’ più rilevanti, ma sempre limitati, con l’introduzione sì di una navetta, ma con il voto definitivo dell’Assemblea Nazionale in tempi limitati e certi e senza commissioni per raggiungere compromessi. Commissione che esiste invece oggi, nella V Repubblica, dove esiste un vero e proprio Senato con importanti poteri nel processo legislativo, anche se è prevista la possibilità per il governo di dare l’ultima parola all’Assemblea Nazionale, ma dopo il passaggio per la Commissione mista paritaria e più letture.

Dunque? Dunque il sistema di governo inaugurato nel 1946 era fragile, fragilissimo, anche con una camera alta debole, una camera alta che, peraltro, cercò sempre l’accordo con la camera bassa. La fragilità del sistema era infatti nel rapporto tra Presidente del Consiglio, Governo e maggioranza parlamentare all’Assemblea Nazionale (unica a detenere il potere di fiducia, naturalmente). Nonostante i tentativi di razionalizzazione, l’esecutivo francese dell’epoca si rivelò ben presto fragilissimo e prigioniero delle sue eterogenee maggioranze. Vittima di regole istituzionali farraginose e poco lungimiranti, di uomini politici ancora legati alla tradizione assembleare della III Repubblica, della frammentazione partitica. Tutto questo nonostante il senato non fosse certo un impedimento all’azione del governo. Il povero Consiglio della Repubblica non ebbe responsabilità nel fallimento della IV Repubblica.

Oggi, nella V, esiste un senato molto potente, che ha capacità di incidere significativamente sui contenuti della legislazione, anche se naturalmente non detiene il potere di fiducia e su volontà del governo non può perseverare oltre certi limiti con il suo potere di veto. Eppure, nonostante al senato siano forniti strumenti per incidere sul processo legislativo – di gran lunga, ma davvero di gran lunga, superiori a quelli del senato della riforma italiana – la Francia ha governi forti, nel passaggio dalla IV alla V Repubblica è passata da un modello consensuale a un modello maggioritario.

Ecco che allora capiamo che l’indebolimento del senato italiano, nella forma prescelta nella riforma, non avrà alcuna seria conseguenza sulla forza dell’esecutivo, al di là – unicamente – del fatto che il governo dovrà avere la sua maggioranza nella sola camera dei deputati. Ma forza o debolezza si svilupperanno nel rapporto tra esecutivo e maggioranza alla camera e sarebbe davvero ridicolo pensare che saranno condizionate dal fatto che non vi sarà più la navetta. D’altro canto, sappiamo molto bene che in alcune fasi della storia politica italiana (vedi il centro sinistra dei primi anni sessanta), maggioranze omogenee o comunque saldate da forti accordi politici riuscirono a realizzare importanti riforme.

Limitare il ruolo del senato ha una sua ragion d’essere, ma umiliarlo facendo credere che lì poggia la chiave per fare del sistema di governo italiano un sistema più efficace è semplicemente ridicolo. Meglio sarebbe stato interrogarsi su riforme mirate al rapporto governo-parlamento e magari alla forma di governo, ed anche interrogarsi su quale legge elettorale meglio favorisce, non solo l’individuazione di un vincitore (per quello basterebbe fare testa o croce, e l’Italicum in fondo non è molto lontano dal lancio della moneta), ma anche processi di trasformazione e aggregazione nel sistema politico (e ancora l’esperienza della Quinta Repubblica, con la sua elezione presidenziale e il suo doppio turno di collegio insegna); processi che naturalmente richiedono tempo, la politica ha i suoi tempi, un po’ diversi da quelli di twitter.

Invece si è preferito giocare a fare “come se” il problema della governabilità poggiasse sulla lunghezza del processo legislativo. Ora in tanti ne sono convinti. Così la riforma prende di mira l’obiettivo sbagliato – o comunque presenta un relativo problema come l’ “ostacolo assoluto” – e al tempo stesso spazza via senza remore ogni possibilità di un ruolo di perfezionamento e riflessione del senato (su questo rimando a Referendum/2).

Se vincerà il Sì sarà solo questione di tempo rendersi conto dei danni ai quali bisognerà prima o poi rimediare e dei vantaggi dei quali non si vedrà alcun segnale all’orizzonte.

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