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Confrontata sempre più spesso dalla previsione di scenari apocalittici se dovesse vincere il No al referendum, sento la necessità di una pacata riflessione sulla retorica del diluvio universale che attenderebbe l’Italia nel caso in cui la riforma costituzionale non passasse.

 

Partiamo, innanzitutto, dal fatto che la vittoria del No porterebbe ad una discontinuità, poiché il Presidente del Consiglio Matteo Renzi in quel caso rassegnerebbe le sue dimissioni. Innanzitutto non ne siamo sicuri. Così come ha ritratto la promessa che se avesse perso il referendum si sarebbe ritirato dalla vita politica, riparando in un meno radicale ritiro dal governo, con il mantenimento della segreteria del Pd, potrebbe dopo un’eventuale sconfitta cambiare anche questa sua seconda posizione.

Ma ammettiamo che non lo faccia, e in tutta onestà non credo che arriverebbe a tanto. Bene. Dunque si aprirebbe una crisi di governo. I sostenitori dell’ipotesi del diluvio (e tra gli esponenti del governo è possibile trovare affermazioni che vanno in quella direzione) ritengono che la crisi di governo sarebbe il male assoluto, mentre la permanenza di Renzi al governo evidentemente un bene da preservare (perlomeno un bene relativo). Anche qui: non sappiamo cosa uscirebbe da quella crisi: un reincarico a Renzi? Un governo di larghe intese con un nuovo premier? Certo sarebbe una soluzione sino al 2018: ricordiamo che tra un anno e mezzo si vota, qualunque cosa succeda. Una soluzione eventuale diversa dalla permanenza di Renzi al governo è comunque vista come un disastro per il nostro Paese e la nostra economia, con gli investitori pronti a fuggire (già, mica fuggono per la tassazione, la burocrazia, la giustizia lenta, no no …).

Il fatto che sia Renzi ad aver creato questa situazione e ad averla dipinta come una situazione di emergenza è giudicato irrilevante, nessuno lo fa mai notare. Lui ha posto la sua permanenza come posta in gioco del referendum, un referendum che ha inopportunamente fatto richiedere dalla sua stessa maggioranza e che forse oggi non ci sarebbe se non avesse politicizzato a tal punto il confronto sulla riforma, e se magari si fosse impegnato per una riforma meno assurda e incoerente; lui ha fatto approvare una legge elettorale per la sola camera, rendendola così dipendente dall’esito referendario. Siamo in realtà in una situazione di affanno perché il governo e il suo leader hanno proceduto come apprendisti stregoni, giocando di momento in momento come degli avventurieri, a seconda delle convenienze dell’attimo, a seconda dei sondaggi.

Indifferenti, quindi, a ciò che ci ha condotti sin qui, di fatto si sostiene che non importa cosa c’è scritto nella riforma, l’importante è l’etichetta «Riforma», tanto deve bastare ai “sudditi” italiani. Quindi, riassumendo, la tesi del diluvio può sintetizzarsi così: non importa se la riforma sarà davvero efficace, la cosa importante è che l’etichetta “riforma” sia stata presa sul serio dai governi e dagli investitori stranieri (che leggono i giornali italiani e come è noto si basano su informazioni molto superficiali), anzi, ai governi e agli investitori nemmeno importa cosa ci sia scritto dentro la riforma, l’importante è che tutto rimanga “stabile”. Se diciamo No lo spettro dell’instabilità calerà sulla Penisola.

E se diciamo Sì? Se lo diciamo per il timore del “dopo”, diciamo sì anche ad un modo di governare basato sul ricatto, che prescinde dal contenuto delle politiche pubbliche e punta essenzialmente al mantenimento del consenso. Un modo di governare che non punta ai risultati (se così fosse la riforma sarebbe stata oggetto di un impegno più serio), ma alla messa in scena del “fare”. La stabilità? E se invece la paura di una crisi desse semplicemente sostegno all’ immobilismo? “Sopravvivere senza governare” scriveva Giuseppe di Palma negli anni Settanta dell’Italia. Siamo ancora lì? Certo, le opposizioni sono quel che sono (o che non sono), e rafforzano il timore del “dopo”, ma dobbiamo ricordare il prezzo che oggi paghiamo per quasi cinquant’anni di democrazia bloccata? Vogliamo davvero replicare quella situazione per paura di una prossima crisi di governo? Abbiamo deciso che rinunciamo al diritto di scegliere (Sì o No) sulla base delle nostre convinzioni e che gettiamo la spugna e torniamo al montanelliano “turarsi il naso” per una nuova Democrazia Cristiana 2.0?

 

 

Nel frattempo, poiché non credo che Renzi rappresenti l’Alfa e l’Omega della politica italiana e penso che di scelte “emergenziali” l’Italia ne abbia abbastanza, io ho preso sul serio il Referendum costituzionale. Ho studiato la riforma, ho riflettuto sul suo impianto, ho riflettuto sulle sue possibili conseguenze, ho letto molti e diversi pareri e ho deciso che #Io VotoNo

 

Per le mie ragioni “tecniche” del No rimando a Referendum/1 e Referendum/2 e a questo articolo su QN.

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2 thoughts on “A proposito del Diluvio universale che ci attende se vincerà il NO

  1. In caso di vittoria del no, peraltro, ci sarebbe da riscrivere comunque la legge elettorale indipendentemente dalle valutazione della Corte costituzionale. Altrimenti, al prossimo giro andremmo al voto con una legge pensata per una sola Camera che vota la fiducia al Governo in un sistema non soltanto di bicameralismo paritario, ma pure con una legge elettorale al Senato che non incentiva la formazione di maggioranze omogenee.
    Insomma, rischieremmo di avere una delle legislature più incasinate della Repubblica. E anche di questo dovremmo ringraziare chi ha fortemente voluto una legge elettorale molto particolare prima di approvare una riforma costituzionale tarata su quella legge.

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