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Sono allieva di Angelo Panebianco e sono fiera di esserlo. Mi ha insegnato tantissimo, con lui ho trascorso ore a discutere di tutto, talvolta eravamo d’accordo, talvolta no e discutevamo sempre serenamente. Ogni tanto lo facciamo ancora. Gli sono riconoscente per come mi ha insegnato ad aprirmi ad approcci e discipline diverse, per come ha sollecitato la mia curiosità e per come non ha mai cercato di sopire il mio andare controcorrente, così poco utile e adeguato al mondo accademico. Ho imparato tanto da lui anche del mio mestiere di docente, quando facevamo insieme gli esami, ascoltando le piccole lezioni che teneva ogni volta che uno studente non sapeva rispondere o rispondeva in modo scorretto, alzandosi e cominciando a camminare su e giù per l’aula. Immagino lo faccia ancora.

Ma soprattutto gli sono riconoscente per non avermi mai costretta a fare nulla, per non avermi mai imposto nulla, per il rispetto che ha sempre avuto per le mie scelte, anche quando non capivo se volevo dedicarmi all’accademia o alla politica (poi per fortuna, decidendo da sola, ho optato per la prima).

Così, quando sento questi giovani rivoluzionari a buon mercato che fanno i gradassi sentendosi degli eroi perché interrompono una lezione, fanno baccano e issano lenzuoli con scritte vecchie e trite come il loro modo di pensare – sapendo che è tutto gratis e che non si paga alcun prezzo – che lo definiscono “barone”, non sorrido perché non c’è niente da sorridere, ma sospiro perché proprio non sanno di cosa parlano. Perché barone, Panebianco, proprio non è, basta chiederlo a qualunque suo allievo o a chi lo conosce bene.

Panebianco è un liberale, sul piano intellettuale, ma anche nei comportamenti (è un uomo libero che rispetta la libertà altrui), uno studioso puro, un bravo docente, un intellettuale di valore che interviene nel discorso pubblico e non ha paura delle sue idee,. Ma a questi piace riempirsi la bocca con parole “demonizzanti”, e così sparano “barone”. E poi, “barone della guerra”. Già, perché della pace e della guerra, del conflitto, o si parla come piace a loro (ovvero secondo la loro visione manichea fatta di cattivi, l’Occidente e Israele, e buoni, tutti gli altri – a meno che non siano amici dei primi – che possono compiere le peggiori cose senza destare alcun interesse e sono sempre e comunque vittime dell’Imperialismo e scemenze simili), oppure si è biechi e arcigni servi di chissà quali occulti poteri. Queste anime belle, che tanto belle poi non sono, probabilmente non hanno mai letto un libro o un saggio scientifico di Panebianco, o ascoltato una sua lezione, ma desiderosi come sono di “nemici” hanno preso di mira lui, per le cose che scrive sul Corriere della Sera, che non sono interessati a capire e magari a discutere da punti di vista diversi – troppa fatica –, ma semplicemente a usare come banderuole per demonizzare il nemico di turno, del quale hanno tanto bisogno per dare senso al loro mondo in bianco e nero, privo di ogni complessità e sfumature.

Ma soprattutto, non sanno quello che fanno. Non sanno che i loro comportamenti violenti e prevaricatori, la loro ricerca di “nemici”, possono fare molto male alle persone e alla comunità. Non lo sanno nemmeno quelli che in queste ore stanno difendendo “il diritto a contestare”, come se impedire con la forza una lezione, aggredire verbalmente e additare come un nemico che non ha diritto di parola l’altro fosse espressione di libertà e confronto civile. Per questo ben venga finalmente una reazione a comportamenti che sono sì di pochi, ma sono inquietanti e pericolosi. Io sto con il mio maestro e so che in tanti in queste ore stanno con lui, per una comunità di docenti e studenti che vuole essere humus per una sana democrazia, non per cupe violenze.

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2 thoughts on “Io sto con il mio maestro

  1. Avevo già espresso la mia posizione che collima con quella dell’autrice del pezzo. Perfetto nelle considerazioni e nella valutazione di questi “miracolati” dalla democrazia che NOI abbiamo voluto e non certo loro, come i loro maestri

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  2. Un piccolo ma sentito grazie a Panebianco anche da parte di un ormai lontano studente di Scienze Politiche, che sempre apprezza i suoi editoriali sul Corriere della Sera. E grazie a lei, Ventura, per la solidarietà espressa al suo maestro.

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