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Dal Corriere di Bologna, 4 ottobre 2014

di Donatella Campus*

Il dato della bassa partecipazione alla selezione del candidato presidente della Regione Emilia Romagna può far riflettere su alcuni aspetti relativi alle primarie che forse finora non erano stati messi in luce. Innanzi tutto, le primarie sono solo uno strumento, il quale ha certamente la capacità di incentivare la partecipazione; tuttavia, questo effetto non si può dare sempre e comunque per scontato. In altri termini, le contingenze pesano: come ha sottolineato Armando Nanni all’indomani del voto, in questo caso specifico le incertezze prolungate e le polemiche hanno svuotato il contenuto delle primarie. Con il risultato che, siccome alle primarie ci si va per convinzione e non per obbligo rituale, soltanto gli elettori più fedeli questa volta hanno risposto al richiamo. Pertanto, la prima lezione da apprendere è che le primarie non sono la panacea a tutti i mali. Anche chi le sostiene fortemente non può illudersi che esse bastino a coprire ogni carenza e insipienza della politica. D’ora in avanti possiamo aspettarci che vi saranno primarie davvero mobilitanti, ma forse anche diverse altre che replicheranno i modesti esiti di queste ultime.
Secondo, chi segue con attenzione i trend della comunicazione politica può rilevare anche un altro elemento. Da almeno due decenni viene sottolineata la crescente personalizzazione della politica italiana. Questo aspetto è servito da volano alle primarie, che appunto sono competizioni tra persone più che tra opposte idee, dato che ci si aspetta che i candidati di uno stesso partito, pur nelle differenze, siano uniti da una comune visione del mondo. Il punto, tuttavia, è che oggi la personalizzazione sta virando nella direzione della cosiddetta politica pop, di cui il segretario del PD, Matteo Renzi, è un esempio illuminante. Sempre più la politica viene fatta attraverso eventi mediatici incentrati sulla figura del leader. Questo fenomeno sta producendo un’assuefazione da parte del pubblico nei confronti di una comunicazione ad effetto e scoppiettante, fatta di tweet, dichiarazioni provocatorie e gesti plateali. La conseguenza è che l’attenzione degli elettori rischia di venir attirata sempre più da questo tipo di comunicazione a scapito delle competizioni dove i candidati, o per mancanza di tempo- e questa delle regionali è stata una campagna breve e abbastanza in sordina- o per attitudine personale, non siano già a monte dei personaggi di questo circuito politico-mediatico. La politica locale, benché resti nella sostanza molto importante, nell’immaginario collettivo va perdendo centralità a causa di una comunicazione che enfatizza prevalentemente la leadership nazionale. Ecco perché, se si vuole continuare ad usare proficuamente le primarie, bisogna che ci sia un ritorno al loro significato più autentico, ovvero che la propaganda si faccia sul territorio in modo capillare dando ai candidati il tempo e i modi adeguati per costruirsi il consenso attraverso l’interazione diretta coll’elettorato.

*Docente di Comunicazione politica, Università di Bologna

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