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Matteo Renzi ha più volte dichiarato che al termine del percorso della riforma costituzionale è intenzionato a ricorrere al referendum confermativo. Inevitabilmente il pensiero corre alla strategia di de Gaulle di uso del referendum popolare (in Francia una prerogativa presidenziale) per legittimare le sue grandi scelte, della politica algerina prima (1961 e 1962) e della riforma della Costituzione per introdurre l’elezione diretta del Presidente (1962), poi. Vi corre perché, pur tra le mille differenze dei contesti e dei personaggi, in entrambi i casi il voto popolare, l’appello ai cittadini, rappresenta una leva politica per introdurre cambiamenti avversati il cui perno è appunto rappresentato dal consenso popolare.

Proprio perché ho sempre considerato che le forzature golliane e l’ “appello al popolo” siano state provvidenziali per la Francia, non mi sorprende né mi fa storcere il naso l’idea del Presidente del Consiglio di una prova di forza attraverso un “bagno referendario”. Consapevole, ovviamente, che un voto positivo sarebbe un sì non solo alla “sua” riforma costituzionale, ma anche alla sua stessa “persona” di premier.

Così fu anche per de Gaulle, che considerò sempre – a differenza dei suoi successori – il referendum una sorta di voto di fiducia alla sua persona, tanto che nel 1969 in seguito alla sconfitta del suo ultimo referendum si dimise per poi ritirarsi dalla vita politica.

Tuttavia, è bene rammentare che questa fiducia diretta alla persona fu sempre richiesta dal Generale a partire da decisioni epocali e scelte di grande respiro. Decisioni e scelte spiegate sempre, con semplicità – la semplicità che deriva dalla chiarezza della visione e che non è semplicismo – ed efficacia ai francesi. Memorabile è l’intervento televisivo per spiegare il perché dell’elezione diretta del presidente (mossa contestata dalla quasi totalità delle forze politiche di allora, nonché dai costituzionalisti e da figure di spicco come il Presidente del Senato Poher) dove illustrò come quell’elezione si inserisse nella riforma di struttura che era stata compiuta anni prima (1958) con la nuova Costituzione e fosse necessaria affinché quella innovazione istituzionale non perdesse la sua forza con i suoi successori, privi della sua legittimazione “storica”.

Su questo punto, però, la differenza con il contesto nostrano è notevole. Non vedo nulla di scandaloso, ripeto, nella ricerca di un voto per rafforzare la propria azione e contrastare le opposizioni, spesso di rappresentanti di interessi costituiti. Renzi, d’altro canto, ha costruito la sua scalata “rottamatrice” proprio puntando sulla forza del consenso della “base” (anche se poi vi ha rinunciato per arrivare al governo, compiendo, a mio avviso, un grave errore), attraverso passaggi cruciali (primarie e elezioni per la segreteria) senza i quali non avrebbe potuto edificare la sua leadership e che lo hanno differenziato da altre “giovani” figure politiche, come ebbi a scrivere alla fine dello scorso anno sull’Espresso .

Tuttavia, se dovesse chiamarci a votare la sua riforma, Renzi non ci chiamerebbe a confermare o meno la sua visione istituzionale, perché fino ad oggi non ha mostrato di avere una vera e propria visione del genere. Ci chiamerebbe ad approvare una riforma parziale, certo importante perché finalmente metterebbe fine al bicameralismo paritario e in particolare al rapporto fiduciario tra Senato e esecutivo, ma con vari punti discutibili e che non si inserisce in un disegno complessivo. Renzi, così come il suo ministro delle Riforme, non ha un effettivo progetto istituzionale. Ha orecchiato le riflessioni dei ‘maggioritaristi’ di questi decenni e non riesce ad andare molto al di là dell’idea che il governo deve essere messo nelle condizioni di governare. Il come rimane un mistero. Ogni tanto, lui come la Boschi, ha fatto cenno al presidenzialismo (immaginiamo pensasse al semipresidenzialismo), senza però grande convinzione e parlandone come un’opzione tra le tante. E forse parlandone per fare contenti quelli di Forza Italia. Per non dire delle spiegazioni confuse e talvolta bassamente demagogiche che fornisce della riforma, mettendo sempre in evidenza il taglio dei costi della politica (come se fosse qualche stipendio a incidere sulla spesa pubblica e come se la priorità non fossero istituzioni funzionanti).

Ecco, se si arriverà a quel referendum l’“appello al popolo” sarà un appello sovradimensionato rispetto all’oggetto. Dovremo dire sì o no o una riforma che non sappiamo come e se si inserirà in un progetto più ampio. E saremo chiamati a legittimare in questo modo un’azione del Presidente del Consiglio che rimane a dir poco vaga. Per chi, come me, da più di vent’anni spera (e nel suo piccolo e per le proprie competenze si è dato anche da fare) che il nostro sistema di governo possa trasformarsi, sarà pressoché impossibile dire no a quella riforma, parziale e difettosa, ma che qualcosa porta. Nel 2006 criticai i miei colleghi e amici che decisero di votare “no per una riforma migliore” perché in quel modo dicevano no al primo vero tentativo di innovare, anche in quel caso con dei limiti (ma certo con una prospettiva più ampia di quanto non accada oggi) e dunque alla prima vera occasione che si aveva di cambiare le nostre istituzioni di governo. Non potrei certo replicare un comportamento che allora avevo stigmatizzato.

Purtroppo, però, in questo modo sarò costretta a legittimare un’azione (non solo relativamente alle istituzioni, ma in tanti ambiti, a partire dalla politica economica) che mi pare più che altro ammuina. Nella vita, e massimamente in politica, si è spesso chiamati a scegliere il meno peggio. Certo che sarebbe bello se per allora il nostro caro Presidente del Consiglio avesse compiuto qualche passo in avanti e fosse andato oltre le letterine delle buone intenzioni e i video puerili alla “Hola Pedro” e avesse capito che governare è una cosa seria e richiede una visione complessiva e una struttura che dia sostanza a quella visione.

Sarebbe bello. Chissà.

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One thought on “Imitando de Gaulle. L’appello al popolo.

  1. Vitare il meno peggio non è più accettabile né utike al nostro paese . O si ha una visione complessiva seria e che sa guardare ai prossimi 20 30 anni, o finiremo come colonia e ininfluente nel mondo. A presto. Gaetano Bruno

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